Il lavoratore rispetto al cambiamento

Riceviamo e pubblichiamo con piacere un contributo della collega Anna Borghi di ASFE Scarl

La pandemia da Covid ci ha insegnato, nel caso non lo avessimo ancora capito, che viviamo non solo in un mondo ‘liquido’ ma anche imprevedibile. Sono ormai diversi i fattori che rendono incerto il mondo in cui operiamo e ciò ci porta a barcamenarci tra scoraggiamento e richieste urgenti di intervento dello Stato. Siamo oggi più insicuri a causa dei grandi cambiamenti in corso derivanti dalla rivoluzione digitale, dalla trasformazione ecologica, dalla grande globalizzazione economica e dall’interdipendenza finanziaria. Usciremo da questa crisi con una incertezza in più quella connessa con il pericolo pandemico. Questo rende l’intrapresa ancora più ed incerta, soprattutto se non si hanno strumenti per gestire e per affrontare le tante transizioni. La vita lavorativa si presenta piena di incertezze e questo non tanto per il ricorso ai contratti di lavoro flessibile ma perché l’economia si presenta più incerta. Quali strumenti abbiamo per affrontare questa nuova era? Quali abilità servono oggi per affrontare i tanti cambiamenti? Certamente l’adattabilità, ma anche la capacità di attrezzarsi e di equipaggiarsi rispetto ai mutamenti continui. Ritorna al centro di ogni politica, ma anche della responsabilità individuale, la formazione per aggiornare ed equipaggiare il lavoratore rispetto ai cambiamenti. Serve una cura del capitale umano ed una responsabilità in questa funzione, sia aziendale che individuale. Serve un coinvolgimento delle imprese datori di lavoro e dei lavoratori per responsabilizzarli sulle competenze nuove necessarie, portandoli a ragionare sui cambiamenti possibili e sulle innovazioni. Serve attrezzare il capitale umano con competenze trasversali tecniche, come quelle informatiche, matematiche, statistiche, finanziarie, linguistiche, innalzando continuamente il livello di qualificazione. Serve lavorare sulle cosiddette ‘life skills’ che riguardano le competenze organizzative, di problem solving, di comunicazione, di gestione dei conflitti, di adattabilità, di lavoro di gruppo, e così via. I lavoratori dovrebbero essere guidati attraverso ‘spinte gentili’ verso una buona formazione e monitorati sull’efficacia dei programmi formativi e non sugli aspetti burocratici. L’occupazione si salva aumentando l’occupabilità. La tutela nell’ambito del rapporto di lavoro si realizza attraverso un obbligo di ‘manutenzione’ e di ‘equipaggiamento’ continuo del capitale umano. Occorre oggi tenere conto della povertà formativa che rischia di colpire migliaia di persone che sono fuori dal mercato del lavoro e da percorsi di formazione. Soprattutto oggi in un contesto in continua evoluzione e di frequenti ‘crisi’ che stressa e mette in gioco prima di tutto le competenze e le conoscenze. Una sfida di grande attualità è quella della formazione a distanza, spesso in aula virtuale. Una sfida da non perdere, sia per la diffusione dello smart working sia per l’aumentare del numero dei partecipanti ai percorsi di formazione attraverso la modalità smart.

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