E’ il momento di cambiare il lavoro

Quante volte parlando con amici e colleghi avvertiamo come il lavoro sia vissuto come una gabbia. Di cui liberarsi, magari compensando con gli affetti, con il tempo libero, con un venerdì sera da sballo, con una vacanza esotica. Agognando magari una pensione (ah … la pensione!!)

Il lavoro vissuto solo come fatica si innesta su una cultura antica e consolidata, ha radici profonde!

Da “ti guadagnerai il pane col sudore della fronte” al tragico “il lavoro rende liberi”, nella nostra società occidentale il lavoro nei secoli ha avuto spesso il valore di una condanna. Un pegno da pagare al peccato originale. Un debito che il povero – che ha le sole braccia – ha verso il ricco, che gli concede di lavorare.

La stessa terminologia “domanda” e “offerta” di lavoro è paradossale: chi lavora domanda lavoro, chi utilizza quel lavoro offre lavoro.

Da un punto di vista della cultura sociale, la Rivoluzione francese, le lotte operaie, le rivendicazioni sindacali, i processi di liberazione, in qualche modo ripercorrono, magari per contrarietà, lo stesso stereotipo culturale. Lavorare è un male necessario per vivere. Da cui liberarsi appunto.

Chi non lavora è un fannullone. È un asociale. Non gode di diritti. A meno che tu non sia un nobile o ( (ma si sa, per questi la morale comune non vale) se non lavori ti senti pure in colpa!

Il lavoro come male necessario. E fortunati ad averlo!

Ma è proprio così? In questa morsa tra avere e non avere un lavoro, c’è spazio per essere felici del lavoro? Tra non averlo – e stare male – e averlo – e stare male lo stesso… davvero il lavoro può essere “altro”?

Credo che non possiamo delegare a nessuno queste domande, e nemmeno abdicare.

E nemmeno far finta che il lavoro sia “altro “da noi.

Perché il lavoro è la più alta espressione del nostro agire sociale, la principale base delle nostre relazioni con gli altri, il più potente contributo al futuro della terra, l’atto potenzialmente più creativo per lo sviluppo e la crescita personale, nostra e dei nostri cari.

Siamo nell’era della digitalizzazione, della società liquida, dei lavoro – e non più del lavoro – della frammentazione, della precarietà come status. Cui oggi si aggiunge la crisi Covid, il senso e la paura della frammentazione…. eppure la nostra mente è ferma al lavoro dei nostri nonni, alla società industriale – se non contadina.

Oggi tempi di vita e lavoro si intrecciano sempre di più. Perché non trasformare questa fase in opportunità? Il mondo è cambiato … cambiamo il lavoro.

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